Il Chirurgo che non sono Riuscito ad Assicurare.
E che Probabilmente Opera ancora oggi, Scoperto, con 8.500.000 Euro di Richieste Danni sulla Testa.
Puoi anche non crederci. Ma è successo davvero.
A me. Personalmente
Ci sono mattine in cui si siede davanti a te qualcuno e capisci subito che quella non sarà una consulenza ordinaria.
Quella mattina entra nel mio ufficio un chirurgo ortopedico. Non abita vicino a noi.
Ha percorso 80 chilometri per venire fin qui, e non per simpatia. Me lo dice subito, con la franchezza di chi non ha più tempo da perdere: gli avevano detto che siamo specializzati nel risolvere situazioni complesse, e soprattutto aveva già girato tante altre Agenzie. Nessuno gli aveva trovato una soluzione.
Si siede. Ha l'aria di chi porta un peso da troppo tempo.
Io faccio quello che faccio sempre, prima di aprire bocca su qualsiasi polizza, qualsiasi Compagnia, qualsiasi numero. Faccio la diagnosi.
Analizzo la situazione reale: l'attività svolta, le specializzazioni, i contesti operativi, l'esposizione concreta al rischio. Perché nessun medico serio prescrive una terapia senza aver capito cosa sta curando. E nessun Consulente serio costruisce una copertura senza aver capito cosa sta coprendo.
Solo dopo, come parte della dichiarazione precontrattuale che ogni professionista è tenuto a rendere con completezza e buona fede, arriva la domanda obbligata.
"Ci sono sinistri o circostanze da dichiarare?"
Non risponde subito. Apre la borsa. Tira fuori un plico di scartoffie enorme, almeno cinque chili di carta. Lo posa sul tavolo con il rumore sordo di qualcosa che ha aspettato troppo a lungo di essere affrontato. "Questi sono i sinistri aperti."
Comincio a sfogliare. Fascicoli, lettere di diffida, atti legali, corrispondenza con Compagnie, richieste di risarcimento. "Quanti sono in totale?" "Ventisei."
"E per quale importo complessivo?""Otto milioni e mezzo." Silenzio.
Non il silenzio imbarazzante di chi non sa cosa dire. Il silenzio di chi sta elaborando i numeri e costruendo mentalmente la mappa del problema reale.
26 sinistri aperti. 8.500.000 euro di richieste danni pendenti.
Nessuna Compagnia disposta ad assicurarlo.
Letti così, questi numeri dipingono un medico incapace, uno scappato di casa.
Ma la realtà è un'altra, e chi lavora in questo settore la conosce bene.
La responsabilità medica è da decenni nel mirino di chi ci prova, di chi avvia una contestazione sapendo che tentare non costa quasi nulla mentre per il medico il costo in tempo, stress, reputazione e difesa legale è comunque devastante.
Molte di quelle richieste finiscono archiviate, ridimensionate, o semplicemente nel nulla.
Ma ogni sinistro aperto, fondato o no, resta sulla carta. E sulla carta pesa come piombo quando si tratta di trovare una copertura assicurativa adeguata.
Questo era il problema reale. Non un chirurgo incapace.
Un professionista intrappolato in un sistema che punisce chi opera in specialità ad alto rischio di contenzioso, indipendentemente dalla qualità della sua pratica clinica.
Situazione quindi durissima, ma gestibile, con la competenza giusta e soprattutto con l'onestà di guardare il problema in faccia senza scorciatoie.
Lavoriamo. Analizziamo il profilo di rischio nel dettaglio. Mi confronto con diverse Compagnie, una per una, cercando quella disposta a valutare seriamente un rischio così complesso. Alla fine troviamo una soluzione con una franchigia frontale molto elevata, ovvero una soglia di rischio iniziale che resta interamente a carico del professionista prima che la Compagnia intervenga. Non è la soluzione ideale. Ma è l'unica struttura tecnica percorribile per un profilo così compromesso, e soprattutto è una soluzione reale.
Qualcosa che avrebbe permesso a quel medico di avere una copertura concreta e di continuare a esercitare legalmente.
Invio il questionario alla Compagnia.
Aspetto.
Dopo qualche giorno arriva la risposta.
Il colpo di scena
Non è un rifiuto ordinario. La Compagnia non dice semplicemente no.
Comunica che di quel medico non vuole più sentir parlare. In nessuna forma.
A nessun premio. Mai.
Chiedo spiegazioni. La risposta che arriva dalla Compagnia apre uno scenario che non mi aspettavo.
Qualche mese prima, la stessa Compagnia aveva ricevuto la stessa identica richiesta, dallo stesso medico, tramite un'altra Agenzia. In quel questionario i sinistri dichiarati erano otto. Non ventisei.
Richiamo il medico.
"Dottore. ha presentato questa stessa richiesta tramite un'altra Agenzia qualche mese fa?" "Sì." "In quel questionario risultano dichiarati solo otto sinistri. Non ventisei." Pausa lunga. Pesante. "Me lo aveva suggerito l'Agente. Diceva che con ventisei sinistri dichiarati non avrei mai trovato copertura da nessuna parte."
Fermati su questa frase. Leggila di nuovo.
Un intermediario assicurativo aveva suggerito a un chirurgo ortopedico di dichiarare il falso in un questionario precontrattuale per ottenere una RC Professionale, ovvero la Responsabilità Civile Professionale, la copertura che per legge quel medico è obbligato ad avere per poter esercitare.
Dichiarare deliberatamente il falso in un questionario assicurativo non è solo un problema civilistico tra le parti.
Sul piano penale, a seconda delle modalità e delle circostanze specifiche, tale condotta può aprire scenari processuali seri, la cui valutazione spetta alla magistratura caso per caso.
Ciò che è certo, e sufficiente a capire la gravità della situazione, è che una polizza ottenuta attraverso false dichiarazioni non vale nulla nel momento in cui serve davvero, e chi la detiene vive in una falsa sicurezza che può costare tutto.
Sul piano civile, l'Art. 1892 del Codice Civile è limpido: se il contraente, con dolo o colpa grave, ha taciuto o dichiarato in modo inesatto circostanze che avrebbero indotto la Compagnia a non stipulare il contratto o a stipularlo a condizioni diverse, la Compagnia può chiedere l'annullamento del contratto. E in caso di sinistro già verificatosi, non è tenuta a corrispondere alcun indennizzo.
Un chirurgo già esposto con 8.500.000 euro di richieste danni pendenti, completamente scoperto. Questo si chiama Punto di Fallimento Garantito. Non un rischio ipotetico.
Una certezza costruita con le proprie mani.
Quello che la sua ultima polizza non aveva. E che quasi nessuna polizza standard ha.
Guardando la documentazione che quel medico aveva portato con sé, emergeva un altro dato significativo. La sua ultima polizza, quella che avrebbe dovuto proteggerlo, presentava esattamente le lacune che trasformano una copertura apparente in una protezione inesistente nel momento che conta. Non era un caso isolato.
È la norma nel mercato delle RC Professionali mediche vendute senza una vera analisi del rischio.
Quattro lacune in particolare, che si ritrovano con una frequenza imbarazzante nelle polizze acquistate online o da chi conosce il settore assicurativo in modo generico ma non conosce il rischio medico nel profondo.
Primo errore: il massimale inadeguato.
Il massimale è il tetto oltre il quale la Compagnia smette di pagare e il problema torna interamente sul patrimonio personale del professionista, casa e risparmi inclusi.
Il D.M. 232/2023 fissa un minimo legale di 2 milioni di euro per sinistro e non inferiore al triplo per anno per chi svolge attività chirurgica.
Ma attenzione: il minimo legale non coincide affatto con la protezione adeguata.
È il pavimento, non il soffitto. In chirurgia ortopedica, un singolo caso di lesione permanente grave può generare richieste che superano con facilità quel minimo: danno biologico, perdita della capacità lavorativa, spese di assistenza continuativa, danno morale.
Il massimale che al momento della firma sembra rassicurante diventa spesso drammaticamente insufficiente nel momento che conta davvero.
Ed è esattamente lì, nella distanza tra minimo legale e protezione reale, che entra il lavoro del Consulente.
Secondo errore: l'assenza di copertura per la responsabilità solidale.
La responsabilità solidale significa che il medico può essere chiamato a rispondere, anche patrimonialmente, per danni causati da altri professionisti con cui ha collaborato: l'equipe chirurgica, l'anestesista, il personale di sala. Il D.M. 232/2023, all'Art. 3 comma 6, prevede esplicitamente che in caso di responsabilità solidale dell'assicurato la copertura deve operare per l'intero. Ma questa garanzia quasi mai compare nei prodotti standard venduti al prezzo più basso. Se la polizza non copre esplicitamente questo scenario, il professionista è esposto per fatti che non ha commesso direttamente con le proprie mani, e la differenza tra protezione e rovina può dipendere da una clausola che nessuno ha mai letto.
Terzo errore: l'assenza di copertura per il Consenso Informato.
Con la Legge 219/2017 sul consenso informato, e con una giurisprudenza ormai consolidata dalla Corte di Cassazione, l'omessa o inadeguata informazione al paziente non è più un dettaglio difensivo secondario. È un profilo autonomo di responsabilità.
Il successivo D.M. 232/2023 ha poi disciplinato il quadro dei requisiti minimi delle coperture assicurative sanitarie in questo ambito.
Tradotto in termini concreti: non basta essere bravi in sala operatoria.
Bisogna essere coperti anche per ciò che accade prima, nel processo informativo che rende davvero libero e consapevole il consenso del paziente. Un chirurgo può aver operato in modo tecnicamente ineccepibile, con un risultato clinico ottimale, e trovarsi ugualmente convenuto in giudizio perché il paziente sostiene di non essere stato informato in modo completo e comprensibile sui rischi prima di dare il proprio assenso.
In questo caso il danno risarcibile non è il danno alla salute, perché l'intervento è riuscito, ma la lesione del diritto all'autodeterminazione del paziente, ovvero il diritto di scegliere consapevolmente se sottoporsi o meno a quel trattamento.
Il Consenso Informato non è un foglio da firmare in sala d'aspetto trenta secondi prima dell'intervento. È un processo documentato e tracciabile. Se la polizza non disciplina in modo chiaro ed espresso questo profilo di responsabilità, quel rischio può restare scoperto oppure trasformarsi in un contenzioso interpretativo con la Compagnia proprio nel momento in cui servirebbe protezione certa.
Quarto errore: retroattività insufficiente e postuma non adeguata.
Questo è l'errore che quasi nessuno conosce, e che può colpire il medico nel momento in cui pensa di essere finalmente al sicuro.
Nella responsabilità sanitaria i problemi non arrivano sempre oggi per fatti di oggi.
Arrivano spesso oggi per fatti accaduti anni, o addirittura decenni, fa.
Un intervento eseguito cinque anni fa può generare una richiesta di risarcimento oggi.
Un paziente operato nel 2018 può presentare la sua diffida nel 2025.
Le polizze RC Professionale medica funzionano di regola con il sistema claims made, ovvero coprono le richieste presentate durante la vigenza del contratto.
Il D.M. 232/2023 prevede esplicitamente una retroattività minima di 10 anni, ovvero la copertura si estende anche a fatti verificatisi nei 10 anni precedenti la stipula del contratto, e una ultrattività di 10 anni dopo la cessazione definitiva dell'attività, estesa anche agli eredi, per le richieste presentate per la prima volta dopo la fine dell'esercizio professionale.
Se la polizza non rispetta questi parametri minimi, o se il professionista smette di esercitare senza aver verificato di avere una postuma adeguata, si ritrova esposto per tutta la durata della propria carriera, anche quando ha già smesso di lavorare.
Il pensionamento non cancella la responsabilità per gli atti compiuti durante l'attività.
Quel chirurgo non l'ho più visto.
Chissà che soluzione ha trovato per poter continuare a lavorare. Chissà se alla fine ha trovato qualcuno disposto ad assicurarlo dichiarando tutto onestamente, o se per adempiere semplicemente all'obbligo di legge ha firmato una polizza con zero sinistri dichiarati, buona solo per far bella mostra in caso di ispezione, completamente inutile nel momento che conta davvero.
E quel "collega" che gli aveva suggerito di dichiarare meno sinistri?
Quello che con ogni probabilità ha contribuito a portare un professionista sull'orlo del precipizio? Quasi certamente continua a fare lo stesso lavoro. Con altri clienti.
Con altri consigli.
La domanda che dovresti farti oggi.
Se eserciti come medico in libera professione, prima di chiudere questo articolo risponditi onestamente.
La tua RC Professionale copre la responsabilità solidale con l'equipe per l'intero?
Copre espressamente anche le richieste fondate su omessa o inadeguata informazione al paziente e sulla lesione del suo diritto all'autodeterminazione?
Il massimale supera il minimo legale in misura adeguata al tuo profilo di rischio reale?
La retroattività è di almeno 10 anni?
Hai verificato di avere una postuma adeguata per quando cesserai l'attività?
E soprattutto: hai dichiarato tutti gli eventuali sinistri e le circostanze che potrebbero dare origine a una richiesta di risarcimento?
Se non sei certo di almeno una risposta, il problema non è la polizza.
Il problema è chi te l'ha venduta.
Prima la diagnosi e quindi la consapevolezza. Sempre.

Amministratori condominiali: «Nessuno me l’ha chiesto» non ti salva se ometti i rischi in assemblea.
























































