L’impresa non fa quello che vuole.
Fa quello che può.

Che si tratti di SRL, SPA, SNC o SAS, il principio è sempre lo stesso:
l’impresa non è una persona fisica. È un soggetto giuridico con uno scopo definito.
Il Codice Civile non lascia spazio a interpretazioni creative. Gli articoli 2247, 2251, 2384 e
2475bis stabiliscono che l’attività dell’impresa è delimitata dall’oggetto sociale.
Tradotto in linguaggio operativo: se un’attività non è prevista, non è automaticamente
legittima.
La gestione della liquidità aziendale è ammessa solo se prudente, accessoria e temporanea.
Quando diventa strutturata, finanziaria, esposta ai mercati e scollegata
dall’attività caratteristica, non è più gestione. È un’altra attività.
E l’azienda non è nata per fare il fondo d’investimento.
La visura camerale non è burocrazia. È il perimetro del rischio.
La liquidità aziendale non è Capitale Disponibile
In azienda i soldi non sono mai “che non servono”.
Sono soldi che serviranno, solo che non sai ancora quando.
La liquidità aziendale ha una funzione non negoziabile: garantire la continuità dell’impresa.
Serve per:
- pagare fornitori, dipendenti, imposte e contributi;
- assorbire ritardi negli incassi;
- gestire imprevisti, contenziosi, cali improvvisi di fatturato.
Non nasce per rendere. Nasce per evitare che l’azienda si fermi.
Trattarla come capitale di rischio significa snaturarne completamente la funzione.
Il portafoglio personale è un’altra cosa.
Lì il rischio è consapevole e personale. Se sbagli, paghi tu.
Quando investi come impresa, pagano anche dipendenti, fornitori, soci e creditori.
Il grande equivoco delle polizze
Qui entra in scena la parola magica.
Quella che spegne i dubbi, aggira le domande e tranquillizza chi firma:
“Non stai investendo. È una polizza”.
Peccato che il diritto e l’economia guardino alla sostanza, non all’etichetta. Se:
- il rendimento dipende dai mercati,
- il rischio resta in capo all’impresa,
- dentro ci sono fondi interni o OICR,
La natura economica è chiarissima: è un investimento finanziario.
Chiamarlo assicurazione non lo rende prudente. Lo rende solo più vendibile.
Responsabilità dell'amministratore: Quando il rischio diventa colpa
Quando un investimento va male, la spiegazione arriva sempre puntuale:
“È colpa del mercato”.
Umanamente comprensibile. Giuridicamente irrilevante.
Il mercato non siede nel CdA. Gli amministratori sì.
Gli articoli 2392 e 2476 del Codice Civile parlano chiaro: l’amministratore deve agire con
diligenza, tutelando il patrimonio sociale.
La cosiddetta Business Judgment Rule non è uno scudo universale.
Protegge solo chi dimostra di aver deciso con metodo:
- istruttoria seria;
- analisi dell’impatto sulla liquidità;
- coerenza con l’attività core;
- comprensione reale dello strumento.
Non si risponde per aver sbagliato previsione. Si risponde per aver deciso male.
E quando un investimento è fuori perimetro, sproporzionato o improvvisato, la
responsabilità nasce prima ancora del risultato.
TFR e TFM: Quando la “Pianificazione” diventa un problema
Il TFR non è risparmio aziendale. È un debito.
L’articolo 2120 del Codice Civile lo definisce senza ambiguità: è retribuzione differita,
dovuta al lavoratore.
Non è liquidità libera. Non è capitale di rischio. Non è una riserva da far rendere.
Investire il TFR in strumenti finanziari volatili, magari tramite polizze, significa esporre un
debito certo a un rischio incerto.
Quando il dipendente esce, l’azienda paga. Punto.
Se il valore è sceso, la differenza resta a carico dell’impresa.
Il TFM segue la stessa logica.
È una passività aziendale verso l’amministratore, non un salvadanaio anticipato.
Usarli come contenitori finanziari aggressivi non è pianificazione. È azzardo elegante.
Ditte Individuali: La confusione perfetta
Nelle ditte individuali l’equivoco è ancora più pericoloso.
Il fatto che persona e impresa coincidano patrimonialmente non significa libertà assoluta.
Se i fondi derivano dall’attività e servono a garantire continuità operativa, restano soldi
dell’impresa. Anche se stanno sul conto personale.
La funzione economica dei soldi non cambia con l’intestazione.
Il rischio Vero : La Rigidità
Il rischio più sottovalutato non è la volatilità. È la rigidità.
Immobilizzare liquidità operativa significa ridurre la capacità di reazione.
E quando arriva uno shock, il mercato non aspetta che tu riscatti una polizza.
Un’azienda rigida è un’azienda fragile. Anche se sulla carta sembra solida.
Il punto centrale: Il Metodo
Il problema non è lo strumento. Non è la polizza. Non è il mercato. È il metodo.
Molti investimenti aziendali vengono proposti:
- senza guardare la visura camerale;
- senza distinguere liquidità da passività;
- senza valutare l’impatto sulla continuità;
- partendo dal prodotto invece che dalla funzione dei soldi.
Questa non è consulenza. È collocamento travestito.
Conclusione
Le imprese possono investire. Ma non sempre. Non comunque. E soprattutto non perché
“con la polizza sei tranquillo”.
La liquidità aziendale non serve a guadagnare di più. Serve a restare in piedi.
E restare in piedi, quando gli altri cadono, è l’unico rendimento che non finisce mai sotto
processo.

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