Raffaele Ravagni • 7 luglio 2026

Ti proteggi solo per le due ore in cui guidi.

E le altre ventidue?

Sabato mattina, campetto di calcetto. Un contrasto come mille altri, il ginocchio che ruota nel modo sbagliato, un rumore secco. Marco ha 44 anni, due figli, un mutuo ancora lungo.

Da lunedì non torna in cantiere, e non ci tornerà per molto tempo. Forse mai come prima. 

La prima domanda che si fa, sdraiato al pronto soccorso, è: e adesso, chi paga?

La risposta che darebbe la maggior parte delle persone, "tranquillo, sono assicurato", è la ragione per cui questo articolo esiste. Perché è falsa. E a Marco nessuno l'aveva mai spiegato. 


Il pericolo che tutti guardano, e quello che colpisce davvero 

Il problema non è il calcetto. Il problema è che Marco, come milioni di persone, confonde

 "avere una polizza" con "avere protetto il proprio reddito".

Sono due cose diverse, e quasi nessuno gliel'ha mai fatto notare. 

Chiedi a chiunque qual è il rischio numero uno per la propria incolumità. Ti risponderà: la strada.

È comprensibile. La strada fa rumore, fa notizia, fa morti veri: 3.030 nel 2024, insieme a più di 233.000 feriti (dati dell'Istituto Nazionale di Statistica).

Ed è, di fatto, il rischio per cui tutti hanno una polizza, perché la legge la impone a chi guida.

Quindi, nella testa delle persone, l'equazione si chiude da sola: pericolo uguale strada, strada uguale Responsabilità Civile Auto, quindi "sono a posto". 

Charlie Munger lo direbbe con la sua regola preferita, l'inversione: non chiederti dove pensi di stare al sicuro, chiediti dove ti puoi rovinare, e poi non andarci senza protezione.

Il punto di rovina, quasi sempre, non è l'autostrada. È il sabato mattina. 


L'articolo di legge che nessuno ti ha mai letto 

Qui arriva la parte che fa arrabbiare, perché è scritta nero su bianco e quasi nessuno la conosce. 

La Responsabilità Civile Auto, l'assicurazione che lo Stato ti obbliga ad avere per mettere un veicolo su strada, non serve a proteggere te. Serve a risarcire gli altri quando il danno lo causi tu.

Lo dice l'articolo 129 del Codice delle Assicurazioni Private: non è considerato terzo, e non ha diritto ai benefici della polizza obbligatoria, il conducente del veicolo responsabile del sinistro. 

Tradotto: se provochi tu l'incidente e ti riduci in pezzi, la tua polizza obbligatoria, per te, non prevede un centesimo. È un ombrello che, per legge, si apre solo sopra la testa di chi ti sta intorno. Sopra la tua resta chiuso. 

A questo punto la persona sveglia dice: "va bene, allora aggiungo la garanzia infortuni del conducente e ho risolto". Magari qualcuno gliel'ha pure già venduta.

 Ed è proprio qui che si nascondono le due fregature più grosse. 


Fregatura numero uno: 50.000 euro per una vita in carrozzina 

Prendi la garanzia infortuni del conducente nella versione base, quella che ti infilano nel pacchetto senza farci troppo caso. Il capitale per morte o invalidità permanente, nelle formule base, è spesso modesto: non è raro vedere 50.000 euro, con le formule superiori che arrivano a 100.000.

Cifre che quasi nessuno alza, perché nessuno gli ha mai fatto il conto. 

Il conto vero non lo trovi su un listino. Esce quando metti sul tavolo il reddito reale e l'estratto conto contributivo, e fai l'unica cosa che il commesso salta sempre: l'Analisi dei Rischi.

Prendiamo il caso più duro. Un ragazzo di 30 anni, appena entrato nel mondo del lavoro, stipendio netto 1.500 euro al mese, cioè 18.000 l'anno. Un incidente, invalidità totale, non lavorerà mai più. 

Quanto vale, in denaro, la vita lavorativa che ha appena perso?

Da qui alla pensione sono quasi quarant'anni: 18.000 euro all'anno per gli anni che gli restavano da lavorare fanno già oltre 650.000 euro di soli stipendi, e a quarant'anni ne avrebbe guadagnati più che a trenta. Aggiungi il costo dell'assistenza, dell'adattamento della casa, della perdita di autonomia, e il danno economico complessivo può arrivare facilmente nell'ordine del milione.


Non è un numero gonfiato: nelle cause per invalidità permanente totale di una persona giovane, i tribunali liquidano cifre di questo ordine. 

E lo Stato? Sul fronte previdenziale, quello legato al lavoro, per lui è zero. L'assegno ordinario di invalidità dell'INPS, l'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, pretende almeno cinque anni di contributi, e lui non li ha ancora versati.

Gli resta l'assistenza di base, importi da sopravvivenza, non la sostituzione di un reddito. 

Un milione di euro di esposizione reale. Cinquantamila di copertura. È un airbag grande come un francobollo: c'è, ti fa sentire tranquillo, e nell'urto non ferma niente. 

Marco, a 44 anni e con una carriera alle spalle, ha un numero diverso, ma la logica è identica, e comunque lontano anni luce dai 50.000 euro che gli hanno messo in polizza. 


Fregatura numero due: quante ore, davvero, passi al volante? 

Mettiamo pure che tu alzi il capitale a una cifra seria. Resta il problema più grosso, e nessuno te lo dice. Quella garanzia non ti segue nella vita.

Opera nel perimetro dell'uso e della circolazione del veicolo assicurato: guida, salita, discesa o alcune operazioni collegate al mezzo, a seconda delle condizioni di polizza.

Ma fuori da quel perimetro, non esiste.

 

Allora facciamoci la domanda secca. Quante ore al giorno passi davvero al volante? Una? Due? Bene. E le altre ventidue? Le ventidue ore in cui sei su una scala a cambiare una tenda, in palestra, sul campo da calcetto, in bici la domenica, o semplicemente in cucina. Solo tra le mura di casa si contano circa 1,8 milioni di accessi al pronto soccorso ogni anno.

In nessuno di quei momenti c'è "circolazione del veicolo", quindi in nessuno di quei momenti quella garanzia dice una sola parola. 

È una guardia del corpo che ti protegge solo dentro il perimetro del veicolo: quando guidi, quando sali, quando scendi, o in poche situazioni collegate all'uso del mezzo.

Ma appena la tua giornata esce da quel perimetro, sparisce. E la vita, quella che ti può spezzare il reddito, succede quasi tutta lì fuori. Marco l'infortunio se l'è fatto su un campo da calcetto. Ventidue ore. Nessuna delle sue polizze lo stava guardando. 


"Vabbè, ma poi c'è lo Stato"

C'è, ma conviene sapere quanto poco. 

L'INAIL, l'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, copre gli infortuni sul lavoro. Il calcetto del sabato, la caduta dalla scala di casa, la sciata, il giro in bici della domenica: tutto fuori dal perimetro ordinario dell'INAIL.

Diverso è il caso dell'infortunio in itinere, quello sul tragitto tra casa e lavoro, che può essere riconosciuto, ma solo se ricorrono determinate condizioni. E anche dove l'INAIL interviene, per il danno biologico permanente sotto il 6% non riconosce nulla, indennizza in capitale dal 6% al 15%, e passa alla rendita dal 16% in su. 

L'INPS prevede l'assegno ordinario di invalidità, ma solo se la tua capacità lavorativa scende sotto un terzo, quindi con una riduzione oltre il 66%, e se hai almeno cinque anni di contributi, di cui tre nell'ultimo quinquennio. E attenzione all'equivoco più diffuso: quell'assegno non è una percentuale del tuo stipendio, si calcola sui contributi versati.

Non è una copia del tuo stipendio, né una garanzia di mantenimento del tuo tenore di vita. 

Ricapitolando lo scenario di Marco: infortunio fuori dal lavoro, Responsabilità Civile Auto che non lo riguarda, infortuni del conducente che comunque non opererebbe fuori dal perimetro d'uso del veicolo, INAIL che non interviene, INPS che nella migliore delle ipotesi gli passa una cifra calcolata sui contributi. Il mutuo, intanto, non si è messo in pausa insieme al suo ginocchio. 


Il vero colpevole, e non sei tu 

A questo punto è facile pensare: "colpa mia, dovevo informarmi". No.

Il colpevole è il metodo con cui ti hanno venduto le polizze finora. 

Il commesso da banco, che stia allo sportello della banca, all'ufficio postale o dietro una scrivania qualsiasi, parte dal prodotto. Ti fa firmare la Responsabilità Civile Auto perché è obbligatoria, magari ci aggiunge quei 50.000 euro di infortuni del conducente per sembrare scrupoloso, incassa, e ti lascia uscire convinto di essere "coperto".

Senza averti mai fatto una sola domanda su come vivi, dove ti muovi, cosa fai il sabato, chi dipende dal tuo reddito, e per quante ore al giorno la protezione che ti ha venduto è davvero accesa.

Non ha fatto una diagnosi. Ha piazzato un prodotto. E la sicurezza che senti è una sensazione, non un dato. 

La differenza tra un venditore e un Consulente Partner è tutta qui: il primo ti chiede quale polizza vuoi, il secondo ti chiede dove, e quando, ti puoi rompere. E parte da lì. 


Cosa fare, prima del prossimo sabato 

Il punto non è comprare l'ennesima polizza, e nemmeno alzare un massimale a caso.

È capire, numeri alla mano, dove sei davvero esposto e per quante ore della tua giornata: che reddito porti a casa, chi ci campa sopra, quali attività fai, cosa succede alla tua famiglia se per due anni non produci. Da quella fotografia si scopre, quasi sempre, che serve una protezione che segua te, la persona, ventiquattro ore su ventiquattro, dentro e fuori dall'auto, con un capitale tarato sul tuo reddito reale e non su un numero da listino. Solo dopo si decide cosa serve e cosa no. 


L'infortunio non aspetta che tu abbia fatto i conti, non manda un preavviso, e non guarda se in quel momento eri al volante o su una scala. L'unica mossa intelligente è fare i conti prima, mentre stai bene e puoi ancora scegliere.

Se l'ultima volta che qualcuno ha guardato la tua reale esposizione è stata "mai", sai già da dove partire. Chiedi una diagnosi, non un preventivo. 


Prima la diagnosi. Sempre. 


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